E son tornati i maiali neri a Val de' Varri
testo e foto di Roberto Ferrari
01 Maggio 2008
Val de'Varri. . .Val de' Varri. La valle dei verri, mi fu spiegato, i maschi dei maiali. Animali neri e pelosi che fino a 50-70 anni fa popolavano in gran numero questa vallata, meritandosi addirittura un'importante costruzione: la Porcareccia.
Oggi ruderi di muri in pietra, recinti diroccati collegati da stretti corridoi, resti di cisterne d'acqua. Difficile così immaginare qualcosa, ma aleggia ancora un senso di grandezza. Pietre levigate, angoli smussati dal continuo sfregare degli animali.
700 o 2000 i maiali che si favoleggia occupassero di notte e nelle giornate di neve queste costruzioni. Di giorno, affidati ai porcari, erano condotti al pascolo, nei boschi.
L'autunno cominciava in montagna sotto i faggi, quando i maiali andavano alla ricerca dei loro semi: le "faggiole"; per poi scendere a mezza costa, sotto le querce per la caduta delle ghiande e la ripulitura dei castagneti dalle castagne di scarto, le "cucchiare", dopo la raccolta di quelle buone. Boschi di faggi, aceri, querce, castagni.
Boschi di alberi giganteschi dagli enormi tronchi. Boschi puliti, senza sottobosco, arieggiati e concimati dal pascolo dei maiali. Che spettacolo doveva essere!
Ci vollero 15 anni per ridurre tutto in traversine ferroviarie!
Li avevo cercati i maiali neri della razza Abruzzese. Avevo percorso paesi, paesetti, villaggi e gruppi di case. Invano.
Un pomeriggio di fine estate giunsi in un vecchio paese vicino Tornimparte. Tutto in discesa, tutto di vecchi. Vecchie donne sedute sul bordo di una fontana di pietra. Tutte nei vecchi abiti tradizionali: le gonne lunghe e quel fazzoletto colorato sbiadito da tempo, annodato sotto il mento a nascondere la lunga treccia arrotolata ordinatamente al centro della nuca. Rividi mia nonna nella penombra del mattino pettinare instancabilmente i suoi lunghi capelli argentei molti ancora splendidamente neri, lucenti. Ricordai i suoi gesti lenti, la testa leggermente inclinata su una spalla. Lo sguardo dolce, sognante di ragazza. Per un attimo, giovane, viva, bellissima. Tornati i capelli sotto il fazzoletto, l'incantesimo finiva; tornavano le rughe, il naso aquilino: l'arcigna megera di sempre.
Vecchi uomini seduti sui muri, su scomode panchine in pietra. Tre o quattro giocavano a carte intorno a un tavolo. Carte logore, sbiadite, consumate, finite nel vino e asciugate male, strappate e in qualche modo rabberciate. Sorrisi pensando che con un po' di memoria e quelle carte sarei stato imbattibile!
Una dozzina, seduti tutt'intorno commentavano, accalorandosi ad ogni mossa. E i giocatori sapevano come assecondare il proprio pubblico. Ogni carta, ben stretta tra pollice e indice, era sollevata lentamente come un'ostensione, ben oltre la testa ancora più su del cappello; un'occhiata furtiva a destra e a sinistra agli avversari, un sorrisetto sardonico e poi giù, in una mossa che doveva essere decisiva, uno scacco matto con le "napoletane". Ma l'altro rispondeva con una mossa analoga ed il gioco continuava tranquillamente. Poco più in là, istituzionale in un paese di vecchi, il campo di bocce.
Portai scompiglio, interessato stupore mostrando il libricino ciancicato con l'unica fotografia del maiale abruzzese. Forse lo ricordavano. Forse qui avrei trovato buone notizie. O, forse, addirittura mi avrebbero detto dove trovarlo. Qualcosa ricordavano infatti e qualcosa farfugliarono. Mi condussero al cospetto di un ultramillenario. Era davvero vecchio quel vecchio!
Magrissimo, calvo, con un naso enorme e due occhi d'un azzurro fulmineo. Seduto su una specie di scanno, stringeva un bastone con ossute mani adunche poggiandoci sopra il mento. Mani, naso ed occhi in quella posizione lo facevano assomigliare ad un uccello un grosso maleaugurante uccello, un corvo forse. Mi fissava: quegli occhi si agitavano scrutandomi tutto, chiedendosi cosa mai volessi. Glielo gridarono in un orecchio mostrandogli la foto sul libro. Si irrigidì. Sollevò la testa dalle mani. Gli occhi roteavano perdendosi nella memoria, sbiadirono per un lungo istante, in un silenzio da bloccare il tempo. Sicuramente si spalancavano su di un cielo di un mondo lontanissimo, perduto. Non diceva nulla. Non disse mai una parola. Allungò tremando una mano con un gesto infantile per accarezzarmi una guancia; un rivolo di lacrime - troppo a lungo represso - andava a colmare le rughe inaridite sul viso. Ritirò la mano, stremato. Dovettero portarlo via che ancora mi fissava, sembrava volesse dirmi qualcosa. Raccontarono in frammento la sua storia, strettamente al destino dei maiali neri.
Qui gli ultimi scomparvero rastrellati dalle truppe tedesche in ritirata.
Avrei voluto tornare da quell'uomo. Non l'ho mai fatto per paura di trovarlo estinto come i suoi animali.
Ma è tornato a vivere prepotentemente in queste righe.
Smisi allora di cercare maiali neri abruzzesi.
Partii allora alla ricerca degli ultimi maiali neri italiani.
Un libercolo datato 1875 descriveva 28 razze. Ne rimanevano soltanto 4: la Calabrese, la Casertana, la Cinta Senese e la Siciliana indecise se rimanere o andarsene. Per sempre.
Qualche articolo di giornale, qualche fotografia ed un interesse sempre più crescente. Uscì fuori un'altra razza: la Mora Romagnola. Qualcuno la dava già per estinta. Qualcuno ridotta a 8 esemplari. Riandai all'abruzzese, a quel vecchio, all'angoscia di quell'incontro. Se c'era, se c'era ancora la Romagnola volevo vederla, toccarla, fotografarla magari, essere vicino prima della scomparsa. Iniziai a cercarla con accanimento.
Dopo un anno non solo sono sicuro che la Mora Romagnola esiste, ma sto per varcare la porta di una stalla in provincia di Faenza. E finalmente la vedo! Ho un'immagine precisa per spiegare le mie impressioni. È la stessa, fortissima bruciante scossa di ogni volta che al Museo Zoologico sotto quella teca vedo l'Alca Impenne, un uccello polare simile ad un pinguino, ormai irrimediabilmente estinta! Vederla improvvisamente per la prima volta mi impressionò talmente da farmi star male: mi mancò il respiro, appoggiato là al vetro cominciai a tremare mentre qualche grossa lacrima scorreva sulle guance. Ora sono cresciuto, ma so riconoscere quel tuffo al cuore: sono innamorato della Mora Romagnola come di tutte le razze domestiche minacciate di estinzione. Mi butto. Compro un maschio e tre femmine e divento allevatore, pazzo, ma pur sempre allevatore. E per confermare la mia pazzia, acquisto anche un maschio e tre femmine di Siciliana.
Salgono sul vascello due delle cinque razze italiane di suini rimaste.
E sbarcano a Val De' Varri. È così che son tornati i maiali neri a Val De'Varri! Nerone è scappato di nuovo! Nerone, il mio maschio di Mora Romagnola ha nuovamente saltato la porta del suo box ed ora è fuori. Mi viene incontro e mi fermo a guardarlo. Quel "cosetto" che portai a casa il 28 dicembre 1998, ora sfiora i 300 kg. Nero e peloso, è ben consapevole della sua forza. È bellissimo Nerone nel bosco che ho appena convertito in alto fusto. È bello come un purosangue arabo. Forse è bello soltanto per me, ma non importa, si sta già strofinando sulle mie gambe.









