Valorizzazione delle razze caprine autoctone della Lombardia in funzione zootecnica ed ambientale
introduzione a cura di Michele Corti:
La panoramica delle popolazioni locali caprine della Lombardia mette in evidenza una interessante variabilità di caratteri visibili e la presenza diffusa di ceppi autoctoni in tutti i settori delle Alpi lombarde. Si tratta di un patrimonio importante stante la quasi scomparsa di popolazioni autoctone di altre specie (basti pensare alla sorte della pecora Varesina, del cavallo di Samolaco, dei ceppi di suini neri, alla problematica sopravvivenza della vacca Varzese).La robusta presenza di un settore di allevamento "autoctono" è il risultato di una straordinaria resilienza dell'allevamento caprino che, almeno in alcune aree della montagna più aspra, è riuscito a recuperare sempre terreno dopo i "bandi" reiterati dal XVI al XIX secolo che hanno in alcuni casi comportato la macellazione o l' "emigrazione" delle capre sotto la minaccia di pesanti sanzioni, dopo la politica di micragnose "deroghe" alle leggi forestali che, nel XIX secolo, in molte località di montagna concedevano di mantenere al più 1-2 capre alle famiglie "più miserabili", dopo la "supertassa" fascista del 1927.
Oggi le politiche contrarie all'allevamento caprino autoctono sono più sottili. In nome della "professionalità" e della "redditività" si inducono gli allevatori a sostituire le capre "meticce" con quelle "selezionate". Dove gli allevamenti si trasformano in fabbriche del latte in miniatura (mutuando dal settore bovino tecnologie e una distorta cultura produttivista) le produzioni aumentano, ma a prezzo di perdita di valori culturali e di problemi di sostenibilità ambientale; dove il sistema rimane semiestensivo i livelli produttivi delle "gentili" non superano quelli delle autoctone perché i fattori limitanti (qualità dei pascoli, fattori climatici) non consentono di esprimere il potenziale produttivo delle capre "migliorate" (ma dovremmo dire peggiorate dal punto di vista della variabilità genetica e della fitness bioterritoriale).
Le varie agenzie che con i finanziamenti pubblici esercitano, secondo logiche corporative del tutto lontane dalle esigenze di uno sviluppo rurale montano integrato e autosostenibile, funzioni di "servizi di sviluppo all'agricoltura" nella sostanza spingono ancora nella direzione degli allevamenti intensivi e vedono nel comparto degli allevamenti "autoctoni" una "nicchia" da presidiare e far sopravvivere senza "disturbare troppo" le logiche forti delle filiere grandi e piccole dell'agroindustria.
L'erosione genetica è una minaccia più subdola rispetto alle politiche anticapre dell'età moderna e contemporanea, ma la diffusione tra la gente comune dell'interesse per i problemi che stanno dietro al cibo e al "prodotto tipico" (ed in particolare per quelli della biodiversità e del valore culturale dei sistemi zootecnici e pastorali tradizionali) può far cambiare l'approccio corporativo e tecnocratico alla gestione dei fatti legati all'agricoltura e all'allevamento, rimettendo in circolo queste risorse per quelle finalità multifunzionali che ne possono assicurarne la continuità.
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Ulteriori informazioni sulla presente pubblicazione sono disponibili sul sito della Regione Lombardia presso il quale è anche possibile scaricare un estratto dell'opera.



