Il 24 settembre è stata celebrata la prima giornata europea dell’agrobiodiversità (EAD, European Agrobiodiversity Day) su iniziativa della fondazione europea SAVE Foundation che riunisce le Associazioni nazionali non governative occupate nella salvaguardia della biodiversità in agricoltura. Da Guastalla (RE) in occasione della fiera “Piante e Animali Perduti” e in altre 13 Nazioni europee è stato lanciato un messaggio per ricordare il ruolo e l’importanza delle razze animali e delle varietà vegetali autoctone e a rischio di estinzione. A Guastalla, R.A.R.E. ha celebrato il primo EAD con un convegno dal titolo “Le razze autoctone suine: storia, situazione attuale e prospettive future”. Un omaggio a una specie, quella suina, che più di altre ha contribuito alla fama zootecnica e gastronomica del nostro Paese ma che, negli ultimi 50 anni, ha visto ridursi da oltre 20 a 5 il numero di razze autoctone allevate. Le relazioni presentate al convegno sono state realizzate da esperti di R.A.R.E. impegnati personalmente in progetti di conservazione realizzati in collaborazione con Istituti universitari e allevatori di razze locali. Dagli argomenti trattati, che hanno riguardato sia la situazione passata che quella presente dell’allevamento di razze suine autoctone in Italia, è stato possibile trarre interessanti spunti sulle possibilità di recupero e valorizzazione delle razze Mora Romagnola, Casertana, Calabrese e Nera Siciliana. Anche le relazioni relative ad alcune popolazioni locali o a tipi genetici non ancora identificati con precisione (Pugliese, Nera Parmigiana) lasciano ben sperare nella futura tutela del ricchissimo germoplasma animale italiano.


Di seguito sono forniti i riassunti delle relazioni presentate al convegno, i testi completi sono disponibili ai Soci di RARE. Per informazioni su come associarsi consultare la sezione Associati.

Le razze autoctone suine, storia, situazione attuale e prospettive future

relazione presentata da Alessio Zanon

Caratteristiche morfologiche delle razze suine autoctone tradizionali italiane
di Alessio Zanon

L’Autore riporta l’elenco e la descrizione delle razze suine allevate in Italia nel passato, suddividendole per area di allevamento. Per il Piemonte, le razze di Cavour e Garlasco; in Lombardia, la razza Milanese con le sottorazze Lodigiana, Bergamasco Bresciana e Valtellina; la Friulana Nera, del Friuli Venezia Giulia (che aveva molte affinità con la popolazione croata tuttora esistente Crna Slavonska Pasmina Svinja, un tempo allevati anche in Italia); in Emilia Romagna la Nera Parmigiana (di cui si parla diffusamente in un’altra relazione e oggetto di un piano di ricostituzione), la Modenese rossa, la Bolognese (strettamente imparentata con la Modenese), la Mora Romagnola (v. altre relazioni) nelle varietàForlivese, Faentina e Riminese; per la Toscana, oltre alla Cinta Senese, la MaremmanaMacchiaiola, la Cappuccia di Anghiari, la Casentinese, la Chinina, la  Rossa del Casentino e l’incrocio Grigia Senese; per il Lazio è ricordata la Romana, per l’Abruzzo la razza Abruzzese; in Umbria e Marche si allevavano la Umbro Perugina e la  Cinta di Cagli; nel Sud Italia, in Basilicata erano presenti la Cavallina Lucanae la Mascherina, diffusa anche in Calabria e Puglia dove erano allevate la Pugliese del Gargano e Subappennino, la razza Capitanata e delle  Murge. In Campania erano presenti la Napoletana(ai parla anche di una Rossa Napoletana), Casertana o Pelatella o razza di Teano (nelle 3 varietà grande o grossolana, media, piccola o fine), la Cinta di Casaldianni e la Italica; per la Calabria sono ricordate la  Calabresenelle varietà Reggiana, Cosentina, Casalinga e Macchiaiola (che dovrebbe essere quella tuttora esistente); per la Sardegna la razza Sarda  e per la Sicilia la razza di S. Agata di Militello, diffusa tra Messina Catania e Siracusa, di CastelbuonoTrapanese (Trapani Agrigento e Caltanissetta), Patornese (versante nord dell’Etna), Cesarotana (ME), Troina (EN), di Calascibetta (EN) da cui deriva probabilmente l’attuale Nero dei Nebrodi  e Madonie o Nero Siciliano.

relazione presentata da Paolo Zambonelli

Esperienze di allevamento della razza Mora Romagnola
di Paolo Zambonelli e Daniele Bigi

Vengono riportate notizie sull’origine e la consistenza storica della razza, riocordando anche la fondamentale opera dell’allevatore Mario Lazzari, del  Dipartimento di Scienze Zootecniche dell’Università di Torino, in collaborazione con il WWF Italia, e della Associazione Nazionale Allevatori Suini (ANAS) che nel 2000 ha istituito il registro anagrafico per le cinque razze suine autoctone italiane sopravvissute (Calabrese, Casertana, Cinta Senese, Mora Romagnola, Nero Siciliano). Oggi gli allevamenti iscritti al registro anagrafico sono 45, 38 dei quali risultano possedere animali vivi. La popolazione complessiva registrata (settembre 2005) è di 979 animali, 473 maschi e 506 femmine, discendenti da due scrofe capostipiti (60F e 70F) accoppiate con due verri non inclusi nel registro anagrafico, tutti provenienti dall’allevamento Lazzari. Gli Autori riportano alcune semplici tecniche di gestione della riproduzione che, se applicate costantemente negli allevamenti, permettono di ovviare, almeno parzialmente, al rischio di un aumento della consanguineità: l’esecuzione di accoppiamenti differenziati all’interno dell’allevamento con la creazione di due nuclei nell’allevamento, ossia due gruppi di riproduzione in corpi distinti dell’allevamento, e lo scambio di animali tra allevamenti, che è sicuramente utile per ampliare al massimo il rimescolamento dei pool genici tra nuclei di animali selezionati indipendentemente. Viene riportato un esempio di accoppiamento effettuato con il sistema di calcolo della consanguineità disponibile sul sito ANAS (http://www.anas.it – registro anagrafico). Viene anche illustrato un esempio di riduzione della consanguineità mediante rinsanguamento con incroci con altre razze, con aumento di variabilità genetica nella Mora Romagnola. Gli Autori suggeriscono l’utilizzo della Mora per la produzione di suini terminali; in questo modo si migliorano le prestazioni produttive dell’allevamento in termini di suinetti nati per parto e di accrescimento giornaliero, senza trascurare la qualità della carne.

relazione presentata da Vincenzo Peretti

La razza Casertana
di Vincenzo Peretti

Sono riportate le notizie sull’origine e sulla filogenesi della razza suina Casertana che si ritiene, al pari di tutti i suini che popolano l’Italia peninsulare ed insulare, costituisca una forma intermedia del Sus europaeus e del Sus indicus. L’Autore riporta dati relativi all’areale di allevamento storico e attuale, nonché dati morfologici attinti dalla letteratura (ricordando che della razza si distinguevano due tipi: fine o piccolo e grossolano o grande, che dal loro incrocio deriva il terzo tipo detto intermedio) e gli attuali standard di razza richiesti per l’iscrizione al Registro Anagrafico. L’Autore esamina le prospettive di tutela della Casertana (da un censimento effettuato nel 2004 dal Consorzio della Razza Suina Casertana in collaborazione con l’Associazione R.A.R.E., considerando anche soggetti non iscritti al R.A., la popolazione si aggira intorno a 300 capi) e di valorizzazione delle produzioni attuali, da molti riconosciute di grande pregio
Infine vengono riportati i risultati della valutazione morfologica su 70 scrofe e 8 verri basata su un metodo innovativo per il rilevamento di parametri (altezza al garrese, altezza al dorso, altezza al sacro, profondità toracica, altezza allo sterno, lunghezza tronco, lunghezza della groppa, larghezza ilei, larghezza coxofemorale, lunghezza della testa, larghezza della testa, circonferenza del torace e dello stinco) che prevede l’impiego di un sistema fotografico digitalizzato di acquisizione delle immagini, supportato da un programma computerizzato di elaborazione delle stesse. I risultati indicano che l’attuale suino Casertano è una razza di taglia media e che rispetto al passato alcuni dei parametri biometrici sono incrementati.

relazione presentata da Riccardo Fortina

Prove di allevamento della Mora Romagnola e Casertana: performances produttive e qualità della carnedi R. Fortina, S. Tassone, S. Barbera,
A. Mimosi

Sono riportati i risultati di una prova sperimentale su soggetti puri delle due razze alimentati con diete formulate per ibridi commerciali. Ogni 30 kg di incremento medio di peso degli animali le razioni venivano riformulate; da inizio a fine prova il tenore di proteina è passato dal 18,6% al 15,5% e l’energia digeribile da 14,2 a 14,7 MJ/kg s.s.
I dati hanno riguardato relativi gli incrementi medi giornalieri (ADG) e degli indici di conversione degli alimenti (ICA), calcolati in base ai consumi individuali rilevati dall’autoalimentatore. Sono anche riportati i risultati della prova di macellazione (peso vivo; resa a freddo; tagli magri e grassi; percentuale di carne magra (Fat-O-Meat’er); spessore del lardo alla spalla, ultima costola e M. gluteus;marezzatura (anche a 24 ore dalla macellazione) del M. longissimus thoracis con analisi sensoriale; pH at 45 minuti (pH45) e a 24 ore (pH24) di M.longissimus thoracis e M. semimembranosus; colore strumentale a 24 ore e con analisi visiva; composizione chimica del M. longissimus thoracis e composizione acidica del lardo. I risultati hanno evidenziato peggioramenti di ADG dopo 160 kg di PV, limite oltre il quale l’ICA (media della prova = 4,2) aumenta sensibilmente. La Casertana ha mostrato una maggiore quantità di alcuni tagli magri (spalla, busto e coscia) rispetto alla Mora Romagnola che ha una spiccata predisposizione all’adipogenesi. Il dato di maggiore interesse emerso riguarda i valori di pH a 45 minuti e a 24 ore dalla macellazione. In entrambe le razze sono risultati sempre molto elevati a indicare una incompleta glicolisi post mortem e una bassa velocità di acidificazione. Questa prova ha evidenziato che alcuni parametri della carne di Mora Romagnola e di Casertana non rispondono agli attuali requisiti di qualità; tale risultato richiede ulteriori ricerche per capirne l’origine e studiarne i rimedi.

relazione presentata da Francesca Ciotola

Il suino Nero di Calabria
di Francesca Ciotola

Sono riportate notizie sull’origine della razza, di probabile discendenza dal ceppo iberico o da quello romanico, che nel passato era allevata in molte zone della Calabria e distinta, in relazione alle località, nelle “varietà” Reggitana, Cosentino, Orielese, Lagonegrese e Catanzarese Casalinga. Tutte dotate di straordinaria capacità di adattarsi a climi estremi, i suini calabresi sono particolarmente indicati per l’allevamento allo stato brado o semibrado. Una importante opera di recupero e valorizzazione di questa razza è svolta dal  Centro Sperimentale Dimostrativo per la Salvaguardia e Valorizzazione del Suino Nero Calabrese dell’Azienda Regionale per lo Sviluppo e i Servizi in Agricoltura A.R.S.S.A., ubicato ad Acri (CS). I caratteri morfologici – illustrati nella relazione – servono da riferimento per l’iscrizione dei capi al RegistroAnagrafico. L’Autore riporta i risultati di una ricerca  sul grado di stabilità del menoma mediante il test dello “scambio intercromatidico” (anglofono Sister Chromatid Exchange = SCE), di cui viene descritta la procedura. Scopo della ricerca è stato quello di individuare il numero medio di SCE normalmente presenti nella popolazione suina Calabrese e Casertana, allevate allo stato semi-brado, al fine di valutare la possibilità di impiegare tali animali come biondicatori ambientali. Gli animali utilizzati (15 soggetti maschi e femmine di età inferiore a 8 mesi, appartenenti alle razze suine Calabrese e Casertana) sono stati  allevati allo stato semibrado in alcune aziende ubicate in Campania ed in Calabria. Le 525 cellule e i 19950 cromosomi studiati hanno fornito risultati che sono da considerarsi il punto di partenza- suscettibile di approfondimenti futuri – per l’impiego dei suini autoctoni come bioindicatori ambientali. La ricerca è proseguita applicando il test degli SCEs su soggetti di giovane età e le fasi successive dello studio prevedono di ampliare il campione e di monitorare i soggetti nel corso della loro vita produttiva.

relazione presentata da Antonio Contessa

Suini autoctoni del Gargano
di Antonio Contessa

L’Autore riporta alcuni passaggi della descrizione storica della zootecnia in Puglia contenuta nell’inchiesta parlamentare agraria degli anni dal 1877 al 1885. In essa si rivela un quadro approfondito dello stato di sviluppo della zootecnia del tempo, delle modalità di conduzione dell’allevamento nonché delle caratteristiche morfologiche degli animali. Viene data ampia informazione nella relazione che illustra il tipo di razze allevate, le tecniche di allevamento e di alimentazione, il  destino degli animali e i principali prodotti ottenuti. L’Autore descrive poi nel dettaglio le caratteristiche del suino Pugliese, detto anche suino nero Dauno o nero di Capitanata, e del gruppo etnico minore presente nell’area garganica, di cui ancora oggi è possibile trovare alcuni esemplari; nel 2002 erano presenti 763 capi allevati di vario tipo nella zona garganica ma nelle aree interne forestali, dove il sistema di allevamento del suino è ancora brado, risulta difficile raccogliere e ancora di più contenere questi animali per eseguirne correttamente la marcatura
L’allevamento di castrati ingrassati, che possono raggiungere un peso vivo  di circa 300 kg, è finalizzata alla produzione di carni adatte sia per essere utilizzate allo stato fresco che per la trasformazione in insaccati tradizionali come la salsiccia a punta di coltello, la lonza aromatizzata e la tipica musciscka. Sono descritte infine le azioni di recupero in atto nella Capitanata, alcune promosse da qualche anno dalla Comunità Montana dei Monti Dauni e altre recentemente dalla Comunità Montana del Gargano, per il recupero e per la valorizzazione dei prodotti del suino pugliese.

relazione presentata da Luigi Liotta

Il suino Nero Siciliano
di Luigi Liotta

Sono riportati i dati storici di presenza del suino nero in Sicilia, con particolare riferimento all’areale storico di distribuzione e ai sistemi di allevamento. In Sicilia erano presenti la razza-popolazione di S. Agata di Militello, la razza di Castelbuono, la Trapanese, la Patornese, la Cesarotana e di Troina (EN). Oggi molte di queste razze sono andate a costituire la sola razza popolazione suina dell’isola, il Nero Siciliano, presente soprattutto nella zona orientale, in provincia di Messina, sui monti Nebrodi, dove è allevato prevalentemente in plein air, alimentato con orzo e favino, in alcuni casi germinati, o con mangime schiacciato. Nella relazione vengono illustrati nel dettaglio i sistemi di allevamento, alimentazione e gestione degli animali giovani e adulti, con particolare riferimento agli individui da destinare alla macelleria o alla salumeria. Vengono anche descritte le principali performance produttive e riproduttive della razza, che sono state oggetto di ricerche recenti presso aziende ubicate nell’area di allevamento. Emerge che i soggetti allevati in plein air forniscono i migliori incrementi ponderali medi giornalieri rispetto a quelli tenuti allo stato brado, migliori rese di macellazione e più elevato spessore del  lardo dorsale, mentre la percentuale stimata di carne magra risulta più elevata nei soggetti tenuti allo stato brado. Tra i prodotti derivati, il salame è sicuramente quello più antico e attualmente più commercializzato. Vengono descritte la tecnica di produzione tradizionale e alcune caratteristiche del prodotto finito, con particolare riferimento alle qualità organolettiche  igienico-sanitarie.

relazione presentata da Alessio Zanon

Il recupero della razza Nera Parmigiana
di Alessio Zanon

L’allevamento suino a Parma rappresenta, dal punto di vista storico, un’attività radicata e documentata già alla fine del 1400. A quel tempo, risultavano particolarmente apprezzati i suini a mantello nero, che raggiungevano pesi notevoli (190-240 kg). Le mutate condizioni socio-economiche intervenute nel sistema produttivo agro-alimentare nella seconda metà dell’800 determinarono l’introduzione di Large White seguita a breve distanza (1876) di riproduttori di razza Berkshire, Middle White, Large Black, Tamworth. La popolazione autoctona della provincia di Parma viene descritta dal Rozzi nel 1937 e inquadra la razza suina Nera Parmigiana nel gruppo delle razze cosiddette Iberiche; intorno agli anni ’30 vennero introdotti verri di razza Large Black, al fine di migliorare la razza locale Nera. I testi di Zootecnica del secondo dopoguerra riportano ancora notizie della razza Nera Parmigiana; più recentemente tutti i testi, pur riconoscendo la riduzione numerica ed il meticciamento con la razza Large White, non la considerano estinta.
Dalla metà degli anni ’90 è partito un capillare monitoraggio dei soggetti che presentassero, almeno in parte, le caratteristiche riconducibili all’antica razza.in Valle Taro e Valle Ceno. I soggetti sono stati raccolti e sottoposti ad un intenso piano di incrocio di ritorno fino a costituire un primo nucleo di animali a mantello nero uniforme, riconducibile, nell’aspetto, alla antica razza Parmigiana. E’ stato sinora possibile stilare un primo pre-registro  contenente le genealogie corrette degli animali e attualmente si stanno valutando, in collaborazione con l’ANAS, le più opportune possibilità di riconoscimento della popolazione presente sul territorio.

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