Breve storia dell'Uro (Bos primigenius, Bojanus 1827)
di paolo corsinotti
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Ci sono animali che da sempre stimolano ricerche sulla loro origine e scomparsa, e che alimentano tentativi per una loro “ricostruzione”. Uno di questi è sicuramente l’uro, il grande bovide selvatico diffuso nell’Europa continentale e nelle isole britanniche. Un animale imponente, con una altezza al garrese di circa 180 cm; testa grande, più lunga che larga; fronte ampia e corna dirette all’esterno e in avanti, con punte rivolte all’indietro (a lira).
Secondo il Paleontologisk Museum dell’Università di Oslo, l’uro originò in India circa due milioni di anni fa e migrò verso il Medio Oriente e altre regioni dell’Asia raggiungendo l’Europa circa 250.000 anni fa.
Scheletro rinvenuto in Danimarca (Wikipedia)
Nel 1827 Ludwig Heinrich Bojanus (1776-1827), fondatore di diverse scuole di veterinaria a Vilnius e a San Pietroburgo, pubblica un saggio dopo un lungo studio basato sui reperti paleontologici in Libano, Nord Africa ed Europa; grazie anche alle sue qualità di anatomo-patologo, Bojanus attribuisce all’Uro il nome scientifico di Bos primigenius.
Se tutti concordano sull’origine dell’Uro, non altrettanto si può dire delle sue presunte sottospecie.
Alcuni autori sostengono l’ipotesi della presenza di sottospecie localizzate in aree geografiche differenti (Asia, Africa ed Europa).
La classificazione attualmente accettata comprende B. primigenius primigenius, B. primigenius namadicus e B. primigenius opisthonomus. Le differenze tra le sottospecie europea (primigenius primigenius) e le altre 2 riguardano le dimensioni corporee, delle corna e il loro orientamento.
Cranio rinvenuto in Valdarno (Wikipedia)
Incisione nella grotta del Romito, Calabria (Wikipedia)
Note di nomenclatura (da Wikipedia)
“Il nome scientifico Bos primigenius significa “bue primitivo”, “proto-bue”. Il termine in lingua tedesca, invece, è “Auerochse” o “Ur-Ochs”, combinazione del prefisso “Ur-“, (che significa originario/proto) e della parola “Ochs(e)”, che significa “bue” (omissis). Il nome scientifico Bos primigenius non viene considerato valido dall’ITIS (Integrated Taxonomic Information System), che classifica l’uro sotto Bos taurus, la stessa specie dei bovini domestici. Nel 2003, la Commissione Internazionale di Nomenclatura Zoologica ha confermato Bos primigenius per l’uro. I tassonomi che considerano i bovini domestici una sottospecie dell’uro selvatico dovrebbero usare Bos primigenius taurus; il nome Bos taurus rimane disponibile per i bovini domestici quando vengono considerati come specie separata”
I primi Bovidi comparvero nel Miocene (da 23 a 5 milioni di anni fa) e si differenziarono in diverse specie che possedevano una caratteristica particolare: erano i primi ruminanti. Erano anche i primi animali che gli uomini scelsero quali soggetti da addomesticare. Ma quali sono stati i criteri di scelta delle prime specie da addomesticare? E’ molto probabile che inizialmente gli uomini si siano orientati verso gli ovi-caprini, animali di taglia piccola, più facilmente avvicinabili e più aggregabili in gruppo.
Le specie che possiedono un forte senso della territorialità, e nei quali i maschi combattono per la conquista delle femmine (le antilopi e i cervidi, ad eccezione della renna) non sono stati addomesticati. Anche l’indole e l’adattamento alla cattività devono avere giocato un ruolo importante nella scelta delle specie da addomesticare. Tuttavia le motivazioni che hanno spinto dei cacciatori a trasformarsi in allevatori non hanno ancora una completa spiegazione scientifica
Si possono quindi avanzare svariate ipotesi, come la necessità di avere la disponibilità di animali da sfruttare non solo come base alimentare, ma anche come mezzo di trasporto o per motivi affettivi o di culto.
Dalle informazioni disponibili, l’uro non era un bovino avvicinabile con facilità.
Fu probabilmente addomesticato nonostante rispondesse solamente al criterio del vivere in gruppo ed essere assoggettato a una gerarchia di branco (animale sociale predisposto a seguire il soggetto dominante). A partire dalle sue caratteristiche sono state ipotizzate le origini di alcune razze attualmente allevate.
Alcuni ricercatori hanno infatti evidenziato relazioni significative analizzando il DNA mitocondriale dei microsatelliti di uro e di alcune razze bovine attuali.
In Europa l’uro è una animale selvatico il cui declino inizia el tardo Medioevo a causa della caccia e alla progressiva perdita del suo habitat. In questo periodo l’uro continua ad essere presente soprattutto nella parte orientale dell’Europa (Prussia orientale, Polonia e Lituania) dove, tra il 1298 e il 1359, i regnanti decretano la sua protezione vietandone tassativamente la caccia. Nel XVI secolo, l’uro è ancora presente in Austria; nel 1501 Massimiliano I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, riporta la presenza di 5 capi nei pressi di Norimberga; nello stesso periodo, un buon numero di esemplari vive assieme a bisonti, cervi e cavalli selvatici nei boschi della Polonia e della Lituania.
E’ del XVI secolo il famoso “uro di Augusta”, disegno di un anonimo che descrive un animale con corna lunghe da 25 a oltre 50 cm, e una circonferenza di 13-18 cm.
A metà del Cinquecento soltanto nella foresta di Jaktorów, un’area protetta vicino a Varsavia, era presente una mandria di uri che d’inverno erano alimentati con foraggi essiccati. Nel 1557 la consistenza di questa mandria era di una cinquantina di capi; nel 1562 gli esemplari erano 38, dei quali 11 maschi. Nel 1569 ne erano rimasti solo 24, ma nel 1602 una malattia ne uccise venti e i quattro restanti, tra i quali una sola femmina, si estinsero definitivamente nel 1627.
Nel corso del tempo sono stati intrapresi alcuni tentativi per ricostruire un bovino che potesse ricordare l’ormai mitico uro. Se ne interessò anche Adolf Hitler, che sponsorizzò le ricerche dei fratelli Heinz e Lutz Heck, rispettivamente direttori degli zoo di Monaco di Baviera e di Berlino. Attraverso incroci di sei razze con caratteri ancestrali simili all’uro i fratelli Heck ottennero un bovino chiamato appunto “di Heck”, che ancora oggi sopravvive in diversi giardini zoologici dell’Europa.
Un tentativo di ricostruzione è stato fatto anche in Italia in tempi recenti; il gruppo di ricerca si è basato sull’incrocio di razze che hanno tracce di geni originari: Maremmana primitiva, Podolica, Chianina e Busha.
Sugli esiti di questi lavori non si hanno ancora notizie precise in quanto le indagini sono tuttora in corso.
Oggi esiste un comitato che ha come scopo la futura reintroduzione dell’uro nelle antiche foreste polacche, dove un tempo prosperava in compagnia del bisonte europeo.
Alcuni scienziati sperano di utilizzare la mappa approssimativa del suo genoma, costruita partendo dal materiale osseo conservato, per giungere ad allevare animali quasi identici. Molti genetisti comunque sostengono che il nuovo animale e il suo antico antenato, anche se potranno essere somiglianti, saranno comunque due specie geneticamente molto diverse.
Ammesso poi che i diversi progetti di ricostruzione dell’uro abbiano successo, la domanda che ci si pone è: saremo in grado di gestire un animale che vanta caratteristiche spiccatamente selvatiche, con dimensioni e temperamento assai diversi da quelli degli attuali bovini?
n. 4 Marzo 2026
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