Ferruccio Faelli e le razze bovine Italiane all’inizio del ‘900

di andrea gaddini

In questo articolo sono riportate in maniera sintetica alcune informazioni sulle  razze bovine descritte da Ferruccio Faelli in un trattato dal titolo “Razze bovine, equine, suine, ovine e caprine” pubblicato nel 1903 dall’editore milanese Ulrico Hoepli. Il testo, che ha avuto una grande importanza per la didattica della zootecnia speciale in Italia, è stato scritto in un periodo in cui – a causa dell’avvento delle automobili – l’allevamento dei cavalli per la locomozione perdeva interesse e, contemporaneamente, iniziava la grande espansione dell’allevamento bovino, che diventava l’attività zootecnica prevalente e più importante in Italia.

E’ comunque interessante notare che in questo trattato si da ancora molta importanza all’attitudine alla produzione del lavoro dei bovini, visto che la meccanizzazione dell’agricoltura era ancora agli inizi. La consistenza, riferita al 1881, era di 4.772.162 capi su un territorio nazionale che non comprendeva il Trentino-Alto Adige e la Venezia Giulia.

Lamenta lo scarso impegno, sia delle autorità che degli allevatori, nel miglioramento genetico delle razze, che potrebbe dare ottimi risultati visto il materiale di partenza.

Va premesso che il concetto di razza era all’epoca molto meno restrittivo di quello attuale, e per molte regioni o zone geografiche Faelli parla di “razza” come insieme, anche molto eterogeneo, di animali allevati su un territorio più o meno ampio, mentre si citano delle sottorazze – che spesso corrispondono alle attuali razze – dotate di caratteri più omogenei.  

Oggi molte di queste razze o popolazioni sono da considerarsi estinte o, in molti casi, non più riconosciute come tali.

PIEMONTE

Per questa regione Faelli descrive la razza Piemontese, con spiccata attitudine per la produzione di lavoro, latte e carne, con pesi fino a 1.100-1.200 kg, con alcuni difetti di morfologia e di appiombo.

La razza era distinta in una “razza scelta della pianura”, dal mantello fromentino chiaro, e a volte bianco, e una “razza ordinaria della pianura”, dal mantello rosso, più o meno carico, con esemplari particolarmente pregevoli, in seguito a notevoli miglioramenti, nelle colline delle Langhe, che si ingrassavano molto bene, fornendo “carne squisita”.

 

Va ricordato che la mutazione genetica che ha originato i bovini a doppia groppa detti “della coscia” era stata rilevata a Guarene, in provincia di Cuneo, nel 1886, non molti anni prima dell’uscita del trattato di Faelli

L’autore passa a descrivere la razza di Demonte e la Canavesana, entrambe a mantello fromentino, e simili alla Piemontese;la Valdostana, dalla morfologia molto variabile a seconda delle zone, con mantelli in prevalenza pezzati, ma anche fromentini e grigi; infine le razze di Susa e di Pinerolo, oggi estinte.

LOMBARDIA 

Faelli suddivide  la Lombardia in una zona alta ed una bassa. Nella prima non rileva alcuna razza locale, e spiega che la rimonta è affidata all’acquisto di capi di razza Schwitz alla fiera dell’omonima città svizzera o in quella di Einsiedeln, perché i tentativi di produrre la rimonta in Lombardia, a partire dai capi svizzeri, non aveva dato risultati soddisfacenti.

Per la bassa Lombardia, e in particolare per il Mantovano, è citata una razza grigia dalle lunghe corna e dal treno anteriore più sviluppato del posteriore, appartenente alla popolazione Podolica diffusa dal Polesine al Padovano, con ottima attitudine al lavoro; razza oggetto di inutili tentativi di miglioramento per incrocio con bestiame Simmenthal.

Nel Bresciano Faelli segnala una razza di origine tirolese, ottima per il lavoro, ma anche con ottima conformazione ed attitudine alla produzione di carne; questa razza era diffusa in molte province della Lombardia e anche in Svizzera ed Austria.

VENETO

L’autore deplora la cattiva gestione della genetica attuata nel passato, con incroci senza criterio di razze straniere sulle razze locali, soprattutto nella provincia di Treviso. Nel nord delle province di Verona, Vicenza, Treviso e Belluno era diffusa la razza Tirolese, nel sud delle province di Padova e Rovigo si allevava la Pugliese, di origine Podolica, con corna a lira, e si cita la razza Friulana, dal mantello rosso, con occhiaie nere, che stava scomparendo, e che a partire dal 1870, per incrocio con vari ceppi di Simmenthal, diede poi origine alla Pezzata Rossa Friulana, dal 1984 denominata Pezzata Rossa Italiana.

Infine, Faelli menziona due razze alpine, la Bellunese, da lavoro, con buona attitudine all’ingrasso, ma cattiva lattifera, simile alla Podolica, ma migliorata, e la Montanina delle Alpi venete, buona produttrice di latte, i cui bovini detti cengiaroi, erano di bassa statura.

LIGURIA 

La Liguria secondo Faelli presentava soprattutto bovini di origine piemontese, al nord, Podolica al confine con la Toscana, e Reggiana, al confine orientale con l’Emilia, identificabili con la razza Pontremolese.

EMILIA ROMAGNA 

Per l’Emilia-Romagna Faelli cita la razza denominata Reggiana, Parmigiana, Piacentina o Parmigiana-Reggiana, a triplice attitudine, con grande importanza come lattifera, usata per la produzione di Parmigiano-Reggiano, grazie anche all’alto tasso di grasso (4,5-4,8%) pur con una produzione inferiore di quella della Olandese e della Schwitz (4500 kg per lattazione).

Si descrive poi la razza di Bardi, considerata una derivata dalla Maremmana, e la Modenese o Carpigiana, entrambe ottime lavoratrici e produttrici di carne di ottima qualità. In pianura è diffusa la razza Romagnola, secondo Faelli “impropriamente chiamata Pugliese”, riconducibile all’odierna Romagnola, derivata dalla Maremmana o Romana, con ottima conformazione per la produzione di carne e per il lavoro.

TOSCANA 

In questa regione, secondo Faelli, esistevano due razze, entrambe di origine podolica: la Maremmana e la Chianina. Citava anche altre razze, che considerava riconducibili alla Maremmana, quali Val di Tevere, Val di Nievole, Val di Serchio, Volterra ed altre.

La Maremmana è descritta con aspetto semi selvaggio, ottima per il lavoro, poco stimata per la carne, mentre la Chianina, ritenuta derivata dalla Maremmana tramite un più razionale sistema di allevamento, era “bella, buona e mansueta” e di “aspetto gentile e vivace”, con morfologia abbastanza simile a quella attuale, anche se con tratti da carne meno spiccati, visto che aveva ancora una prevalente attitudine al lavoro;

Faelli considerava la Chianina come possibile progenitrice della razza Charolaise. Infine, si menziona la razza Nera pisana, ritenuta di origine svizzera.

UMBRIA e MARCHE 

I bovini di queste due regioni sono di origine podolica e divisi in popolazioni di pianura e di collina.

La prima aveva ottima attitudine al lavoro ed all’ingrassamento, a mantello bianco, per la forte influenza degli incroci con riproduttori chianini, tanto che, dopo un certo numero di generazioni, la razza Chianina avrebbe assorbito il tipo podolico originale.

Sono segnalati animali di particolare pregio nei dintorni di Perugia. La razza della collina, diffusa sull’Appennino Umbro-marchigiano, è invece descritta come più vicina al tipo podolico, con lunghe corna, corporatura più tarchiata rispetto alla razza di pianura, pigmentazione apicale nera e mantello grigio, a causa del quale gli animali erano detti brini, brinotti o marini, e definiti adatti al lavoro, ma difficili da ingrassare.

LAZIO

Per il Lazio è descritta una sola razza, indicata con il nome della regione, o anche come razza dell’agro romano, di derivazione podolica. Faelli riporta la tesi classica dell’introduzione del bestiame podolico da parte degli invasori barbarici dal IV al VI secolo, che avrebbe soppiantato il tipo primitivo romano, a mantello rosso e con corna piccole a mezzaluna.

Il bestiame laziale è d’aspetto robusto e fiero, con grandi corna, treno anteriore molto sviluppato, più del posteriore, con groppa aguzza. Anche in questa razza si riferisce pigmentazione apicale nera e mantello grigio, fromentino nel vitello fino allo svezzamento.

L’attitudine è per il lavoro con scarsa propensione all’ingrassamento e produzione lattea sufficiente solo per alimentare il vitello. Per Faelli la razza sarebbe suscettibile di miglioramento se solo fosse curata dagli allevatori.

REGIONI MERIDIONALI

Nel descrivere le razze del Sud Italia, o delle regioni meridionali adriatica e mediterranea, Faelli le considera di origine podolica e le divide in: 

1) razza scelta di pianura, diffusa nel Casertano, in Puglia e nel Salernitano, con mantello bianco argenteo, taglia elevata, treno anteriore più sviluppato, discreta produttrice di latte, ma non facile ad ingrassare;

2) razza ordinaria della pianura, meno migliorata della precedente, diffusa in Puglia, Basilicata, nel Casertano e nel Napoletano, con mantello tra biancastro e grigiastro, statura molto alta, lunghe corna, arti muscolosi, ma groppa stretta e cadente; questi bovini erano resistenti al lavoro, buoni produttori di latte ma meno facili all’ingrassamento della razza scelta;

3) razza di montagna, ottima per il lavoro, mediocre per carne e latte, a mantello grigio, con lunghe corna, diffusa sulle montagne dell’Avellinese e di Abruzzo, Basilicata, Calabria.

SICILIA

La razza bovina della Sicilia nel 1881 contava, secondo una statistica citata da Faelli, 125.396 capi, con una densità di 42,8 capi per mille abitanti, la più bassa d’Italia.

È descritta con mantello rosso, corna molto lunghe, forme aggraziate e temperamento vivace. Si distinguevano tre sotto-razze: la Modicana o Sciclitana di pianura, con statura anche di 170 cm, ma con scheletro pesante; la razza dei Mezzalini di 150-154 cm;
la razza di montagna, con altezza di 146-150 cm, facile a ingrassare, con corna ridotte rispetto alle altre e buona produttrice di latte ricco di grasso.

SARDEGNA

La razza della Sardegna, sempre secondo la statistica del 1881, contava 279.403 capi,  con una densità di 409,6 capi per mille abitanti.

La razza è descritta come molto eterogenea, tranne che sulle montagne, dove era più conforme al tipo sardo, e simile a quella dell’Appennino centrale.

L’altezza al garrese era tra 120-125 cm, con scheletro poco voluminoso, mantello fromentino, spesso tigrato con sfumature brunastre, corna medio-lunghe e a forma di “s”, ottima attitudine al lavoro e scarsa alla produzione di latte e carne. Faelli cita incroci, nelle pianure più fertili dell’isola, con Schwytz, Friburghese, Siciliana e razza scelta di pianura piemontese.