Cappuccia d’Anghiari: storia di una estinzione recente
di riccardo fortina
Anghiari, comune della provincia di Arezzo, è noto per aver dato il nome a una delle razze suine più famose d’Italia, la “Cappuccia d’Anghiari” (talora chiamata anche “Casentinese” o “Chianina”).
Oggi estinta, la Cappuccia d’Anghiari era una razza rustica, pascolatrice, allevata in gran parte della Toscana e dell’Alta Umbria fino al perugino.
Il nome “Cappuccia” deriva dal caratteristico colore bianco del muso di questa razza, che aveva “orecchie a base larga, lunghe, portate in avanti e in basso, con bordo esterno bianco; mantello color ardesia, con setole scure e folte, con balzane ad uno o anche tutti e quattro gli arti; macchie alle orecchie, al muso, alla testa ed al collo. Testa grossolana, fronte larga e il profilo concavo. Tronco di media lunghezza, spesso, largo e poco profondo con linea dorso-lombare convessa e con scarso sviluppo dell’addome. Groppa stretta e cosce poco muscolose. Arti alti e robusti con pastorali lunghi” (Zanon A., Razze suine autoctone italiane antiche; AA.VV., 1940, Rivista di Zootecnia).
Di seguito sono riportate notoizie e foto tratte dallo studio di Mirco Draghi dal titolo “La Cappuccia d’Anghiari. Dalle stelle alle stalle”, edito da MD@2021.
La prima citazione sulla Cappuccia d’Anghiari trovata da Draghi è del 1875 in un resoconto al Ministero sulle statistiche del bestiame in Italia, quando la consistenza dei suini era di circa 1,5 milioni di capi, e nella provincia di Arezzo era allevato circa il 3,5% del totale.
In quell’anno ad Anghiari i suini erano 1285 (1 ogni 5,5 abitanti) e ogni proprietario ne possedeva circa 12-13. Anche se in quel periodo iniziava l’importazione delle razze estere in Italia (Yorkshire inglesi in particolare), nei piccoli allevamenti familiari della Toscana gli incroci non ebbero un immediato sviluppo.
La Cappuccia ed altre razze toscane continuavano ad essere allevate in purezza e nel 1903 era ancora considerata una delle 3 razze più comuni e pregiate in Toscana, dove erano allevate anche la Maremmana o Macchiaiola e la Valdarnese o Cinghiata.
“Le razze Chianina (ovvero Cappuccia) e Valdarnese sono allevate col sistema misto , cioè al porcile ed al pascolo…..Ambedue queste razze sono pregevolissime per la fecondità delle loro femmine , che generalmente partoriscono due volte all’anno con una media di di 8 a 10 porcellini per parto, robusti, buoni mangiatori anche all’aperto, discretamente precoci e che all’età di 18-20 mesi raggiungono spesso un peso vivo di circa due quintali. Da qualche anno a questa parte per mezzo della selezione si è riusciti ad eliminare nella conformazione di questi suini alcuni difetti, rendendo più dritta la linea dorsale, diminuendo la lunghezza eccessiva degli arti e favorendo l’allargamento del dorso e della groppa. Certamente non siamo che all’inizio, ma continuando su questa via, potremo in breve tempo fare della Valdarnese e della Chianina due razze degne di ogni considerazione”
(L’agricoltura italiana, 1903. Vol. 29).
A partire dal 1908 e per alcuni anni l’allevamento di suini nel Casentino aumenta, anche grazie all’attività del “Comizio Agrario di Anghiari” che organizzava mostre e gare zootecniche per invogliare la competizione ed aumentare le conoscenze tra gli allevatori di bovini e suini.
Con lo scoppio della prima guerra mondiale si assiste a una diminuzione generalizzata dell’allevamento, ma negli anni successivi si assiste a una ripresa della suinicoltura soprattutto nelle provincie di Siena e Arezzo con la Cinta Senese e la Cappuccia d’Anghiari.
Ma soprattutto nel Casentino e in Valdichiana continua a rafforzarsi l’importazione di suini anglo-americani, tanto che nel 1927 “la Cappuccia d’Anghiari è già in grave declino” (E. Mascheroni, Nuova Enciclopedia Agraria Italiana).
Nonostante l’utilizzo di verri stranieri su scrofe di Cappuccia per la produzione di ibridi (negli anni ’30 veniva incoraggiato l’uso di stazioni di monta con verri Large White), l’allevamento della Cappuccia continua con oscillazioni più o meno ampie.“A metà degli anni ’30 la Cappuccia è ancora diffusa in nella Valdichiana, territorio di Cinta, a testimonianza della sua qualità” (Rivista di agricoltura, 1935).
Durante la seconda guerra mondiale, nelle tabelle dei prezzi calmierati del Bollettino Ufficiale del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, la Cappuccia d’Anghiari è inserita nell’elite delle razze “pregiate” del I gruppo (le altre sono: Piemontese, Veneta, Reggiana, Modenese, Romagnola, Borghigiana, Cinta, Casertana, incroci tra razze locali e importate).
Ancora a fine 1944, la Cappuccia era inserita tra le razze pregiate nel Bollettino Ufficiale dei prezzi (in questo caso della Repubblica Sociale), che risultavano le stesse del 1941.
Nel dopoguerra inizia un periodo di rapido rilancio e modernizzazione dei vari settori produttivi, compresa l’agricoltura e la zootecnia. Le vecchie razze locali, lente a crescere e tendenti a una forte adipogenesi, vengono rapidamente sostituite da razze estere più magre e più rapide nell’accrescimento: erano gli albori dell’epoca in cui si badava più alla quantità che alla qualità. Per molte razze locali era l’inizio della fine: già nel 1946 alcuni zootecnici capirono come sarebbe finita e lanciarono degli allarmi.
Ciò nonostante, la Cappuccia continuava a resistere; nel 1950 viene premiata alla “Prima Rassegna Nazionale dell’Allevamento Suini” di Reggio Emilia (dove erano esposti capi di 10 razze estere e 6 nazionali), ma nella provincia d’origine continua l’opera di sostituzione con i Large White.
Alla fine degli anni ’40 la Cappuccia rappresenta poco più del 6% del patrimonio suinicolo dell’Italia centrale, mentre i Large White sono quasi il 50%. Nel 1955 aumentano ancora le razze straniere, e la Cappuccia è al 4° posto tra le “antiche razze” italiane. Nel 1959, alla VII Rassegna dei Suini di Castiglion Fiorentino, il numero di capi di Cappuccia ancora allevati era di 12570.
Nei decenni successivi c’è una forte industrializzazione del Paese e uno spopolamento delle campagne; si assiste a nuove richieste da parte dei consumatori, all’introduzione di macchinari e tecnologie, e a nuove tecniche di allevamento sempre più intensive. I vecchi metodi di allevamenti e le vecchie razze scompaiono rapidamente senza molto clamore.
Nel 1976 il “World dictionary of Livestock Breeds” dichiara estinta la Cappuccia d’Anghiari.
Della Cappuccia, come di molte altre razze, si è tentato qualche disperato recupero con capi che mostravano ancora alcuni caratteri della razza, ma di fatto sono state solo operazioni pubblicitarie più che reali, legate a motivi spesso unicamente commerciali per operazioni nostalgiche e di mercato.
n. 4 Marzo 2026
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