Le capre di Alicudi
di fabio fiori
Nell’ambito del progetto di dottorato “L’archeozoologia e lo studio delle razze autoctone: contesti insulari a confronto con l’Italia centrale” dell’Università di Bologna, sono state condotte alcune interviste nell’arcipelago eoliano con l’obiettivo di raccogliere informazioni sulla zootecnia in queste piccole isole, e in particolare sulla presenza delle capre.
Da anni, infatti, in alcune isole dell’arcipelago vivono greggi erranti di capre inselvatichite. La ricerca ha cercato di fornire un quadro oggettivo della situazione, senza dare troppo credito a quanto è già stato scritto sui giornali.
In passato, le piccole isole dell’arcipelago erano fortemente legate all’agricoltura e all’allevamento, prevalentemente bovino e, solo marginalmente, caprino. Gli abitanti costruivano cisterne per raccogliere l’acqua piovana, rendendo possibile l’allevamento anche nelle difficili condizioni ambientali delle isole.
Dal dopoguerra, però, le famiglie hanno poco a poco abbandonato le isole e la lunga tradizione dell’allevamento isolano ha iniziato il suo veloce declino.
In questo articolo viene riportata un’intervista fatta ad un residente dell’isola di Alicudi, dove le capre vaganti oggi sono diventate un vero fenomeno mediatico per i danni arrecati alla vegetazione e agli orti degli abitanti. L’abbandono di questi animali inizia alla fine degli anni ‘90, quando tre anziani allevatori interruppero improvvisamente la loro attività, lasciando incustoditi sull’isola circa 30 animali. Dall’intervista emerge che le capre si sono adattate perfettamente alle difficili condizioni ambientali di Alicudi, piccola isola vulcanica di circa 5 km2.
Ufficialmente, il numero censito di questi animali – riferibile a un monitoraggio commissionato dell’Assessorato Regionale all’Agricoltura tra gennaio e agosto del 2023 – si aggira sui 600 capi. Secondo la popolazione residente, tuttavia, gli animali sarebbero molti di più per la presenza di aree impervie dell’isola non facilmente raggiungibili lasciate fuori dall’indagine.
A parere dell’intervistato, queste capre provengono da diverse razze che si sono incrociate tra loro dando origine a esemplari molto robusti e di grossa taglia.
Questi animali si muovono in vari greggi, alcuni composti da pochi individui, altri da 30 o più capi. I vari greggi frequentano aree specifiche senza mescolarsi tra di loro; pascolano in zone d’altura durante la stagione calda mentre durante l’inverno scendono verso l’abitato e occasionalmente entrano nei giardini delle case.
Le capre, oltre a nutrirsi delle specie erbacee ed arbustive dell’isola, mangiano i fichi d’India con i quali riescono a soddisfare parte dei loro fabbisogni idrici. L’intervistato conferma, inoltre, una convinzione locale secondo la quale queste capre bevano acqua di mare per sopravvivere. A tale riguardo si ipotizza che la conformazione vulcanica dell’isola di Alicudi abbia permesso lo sviluppo fenomeni simili alle buvíre di Pantelleria, cioè fenomeni di risalita dell’acqua piovana in alcune zone della costa. Un fenomeno, questo, noto in altre isole vulcaniche ma che avviene solo in particolari condizioni ambientali e stagionali.
Secondo la ricerca, le capre rinselvatichite di Alicudi – così come quelle di Stromboli – sono esempi di fenomeni generati dalla non tutela di tradizioni e del tessuto sociale ed economico di questi luoghi. Paradossalmente, nonostante l’abbandono dell’allevamento, oggi nelle isole Eolie ci sono più capre che nel dopoguerra.
Per i residenti, da risorsa economica le capre si sono trasformate in un problema e la protesta ha indotto la Regione Sicilia ad intervenire ad Alicudi e a Stromboli. Nel 2025 sono iniziate le prime catture e trasferimenti degli animali ad allevatori siciliani, ma non senza polemiche tra fautori e detrattori dell’iniziativa.
Le associazioni animaliste hanno denunciato scarsa trasparenza nelle operazioni di cattura e trasferimento, e su alcuni giornali sono stati riportati degli studi secondo i quali “la presenza delle capre sull’isola di Alicudi è benefica per la natura, protegge dagli incendi, favorisce lo sviluppo degli alberi e la biodiversità, aiuta la popolazione locale di falchi, produce umidità che rinverdisce il territorio”.
n. 3 dicembre 2025
- Sommario
- Editoriale
- Quando la “Nostra Pecora” cominciò ad essere Ciuta
- Varzese-Ottonese-Tortonese: la lotta per la sopravvivenza continua…
- Studio della popolazione del Suino Nero Pugliese
- Le capre di Alicudi
- Sintesi delle linee guida per l’elaborazione di regolamenti Nazionali sulla salute animale per il materiale destinato ad essere conservato nelle banche genetiche
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